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“Solo l’innovazione può rendere sostenibile il nostro cibo”. Parola di Matteo Ramenghi, a capo degli investimenti di Ubs Wealth Management in Italia a valle di una serie di incontri con alcune delle società della filiera agro-alimentare che hanno avuto per oggetto proprio il tema della sostenibilità. “Abbiamo cercato di capire quali siano i nuovi modelli produttivi e se possano essere coerenti con la tradizione italiana – il resoconto del manager della banca svissera – Abbiamo voluto inoltre approfondire gli sforzi messi in campo dai produttori tradizionali per cercare di ridurre la propria impronta ambientale e proiettarsi verso un nuovo paradigma”.

Ci sono i numeri a dare sostanza alla convinzione che la sostenibilità sia la prima delle sfide di questo settore. “Prima di tutto, si tratta di una filiera che presenta un’impronta ambientale pesantissima: secondo l’ONU e il WWF, a livello mondiale è responsabile del 70% del consumo di acqua, il 37% della produzione di emissioni e il 40% del consumo di suolo. Parallelamente, 3 miliardi di persone soffrono di malnutrizione e oltre 800 milioni versano in stato di grave insicurezza alimentare”.

Gli attuali modelli produttivi escono quindi a pezzi da una proiezione dei loro effetti sul pianeta nel medio termine, anche in considerazione del fatto che nel 2050 la popolazione globale sarà aumentata di altri due miliardi di persone e – stima l’Onu – “il fabbisogno alimentare su base inerziale crescerebbe del 60%, con impatti ambientali assolutamente ingestibili e l’impossibilità di sfamare miliardi di persone”.

C’è però in atto un cambiamento importante, ed è la seconda ragione che porta Ramenghi a considerare imprescindibile il percorso dell’agro-alimentare verso la sostenibilità: “Mentre lo scorso decennio ha visto le nuove tecnologie diffondersi rapidamente solo in alcuni settori, ci aspettiamo che nei prossimi anni ci sia una diffusione a macchia d’olio all’interno di quelli che oggi vengono considerati più tradizionali, tra i quali certamente l’agro-alimentare. La tecnologia migliorerà la produttività e determinerà nuovi standard qualitativi, magari integrando nuovi principi nutritivi o creando nuovi gusti, ma chi rimarrà indietro finirà per essere marginalizzato come già è avvenuto in tanti altri campi”.

E il ruolo dell’Italia? Essendo il cibo Made in Italy riconsociuto nel mondo come sinonimo di qualità, bisogna stare attenti: “Nemmeno la nostra eccellenza è immune a questi cambiamenti ed è e sarà sempre più obbligata ad innovarsi per non scoprirsi marginale in un prossimo vicino futuro”.

Se le autorità di tutto il mondo premono per fare passi avanti in chiave ambientale, “l’unica strada percorribile è indubbiamente l’innovazione, su più livelli: cosa produrre, come produrlo, come farlo arrivare al consumatore finale. La sostituzione di alcuni prodotti con altri a minor impatto a parità di principi nutritivi è già oggi visibile nelle corsie dei nostri supermercati, ma siamo solo agli inizi di questa trasformazione. La produzione agricola tra pochi anni sarà profondamente diversa da come la conosciamo oggi, l’utilizzo di robot e big data, l’agricoltura verticale, e la crescita dei cibi creati in laboratorio sono realtà destinate a catturare quote crescenti dell’industria alimentare. L’ agricoltura verticale consente ad esempio di risparmiare oltre la metà di terra e di acqua rispetto ad una coltivazione tradizionale”.

Ai grandi investimenti richiesti faranno seguito “notevoli opportunità agli operatori che le sapranno cogliere, così come agli investitori. Il fatturato relativo alle proteine vegetali, all’uso di robot e big data nell’agricoltura, al miglioramento del potenziale delle sementi è atteso crescere a doppia cifra nel prossimo decennio: un multiplo quindi rispetto al settore di appartenenza o al PIL globale”. Sono proprio questi trend, che possono esser traslati su altre filiere, a spiegare perché “gli investimenti sostenibili hanno sofferto meno di quelli tradizionali la crisi originata dalla pandemia del COVID-19. L’evidenza empirica non mostra sostanziali differenze nella performance a lungo termine tra investimenti sostenibili e tradizionali ma, spesso, scegliere strategie sostenibili significa avere minore esposizione a società che incorrono rischi di class action, di disastri ambientali o di essere marginalizzate.
La rilevanza degli investimenti sostenibili è destinata a continuare e crescere, spinta da molteplici forze: l’emergenza ambientale, le politiche dei governi, le istanze dei consumatori e la stessa industria finanziaria che vede sempre più istituzioni adottarli come il nuovo standard. Per gli investitori spesso rappresentano un’opportunità di accedere a maggior crescita”.



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