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Se il flusso di denaro continuerà a veleggiare seguendo il vento di questo lungo trend rialzista, avremo modo di osservare la rottura di molteplici resistenze sui principali mercati finanziari, al netto delle prese di profitto.

Dopo il forte ribasso di fine 2018 che ha portato lo Standard & Poor 500 a toccare i 2.300 punti, inizia la ripartenza dell’era Trump. L’indice ha letteralmente macinato numeri su numeri, performando in questi anni, a partire dal suo mandato, percentuali di tutto rispetto fino al 50% nonostante percorsi irti di ostacoli che hanno caratterizzato e stanno caratterizzando la presidenza attuale degli Stati Uniti.

Se per certi aspetti la robusta crescita dell’azionario americano non sembra essere giustificata da diversi dati macro, non allineati rispetto a dei fattori economici che spingerebbero alla cautela, la tendenza non sembra voler conoscere fine.

Le borse americane danno ragione e forza al Presidente Donald Trump, uno dei veri artefici di ciò che è accaduto e che ha contribuito alla volata degli indici, penso alla politica fiscale adottata, penso ad i suoi netti condizionamenti relativi alle decisioni della FED, senza dimenticare gli annunci e le dichiarazioni attraverso l’utilizzo dei social network.

Se lo stesso Washington Post “getta la spugna” rilevando alcuni aspetti importanti delle politiche di Trump e le conseguenti ripercussioni sui mercati, capiamo bene che in America qualcosa di concreto si è mosso, nonostante i continui attacchi al populismo trumpiano.

In fondo sono tanti i suoi predecessori che hanno fatto del populismo il leit motiv delle politiche adottate. Anche Franklin Delano Roosevelt, già a partire dal suo discorso inaugurale a Washington, nel marzo del 1933, inizia ha fornire agli attenti osservatori dei segnali di spiccato populismo. Certo, il suo “New Deal” contribuì a fare uscire l’America dalla Grande Depressione ma leggendo alcuni tratti dei suoi discorsi come ad esempio quando invitava a “non aver paura di nulla se non della paura stessa” non si può negare che anche questo Presidente, rieletto per ben 4 volte, appoggiato dalla stragrande maggioranza della società americana, coinvolgendone i corpi intermedi, fosse amico del populismo. Storicamente lo sono stati un pò tutti.

Tornando ai giorni nostri, il terzo trimestre del 2019 si chiude per gli USA con un dato macroeconomico di fondamentale importanza. Crescita del PIL pari al 2,1% che segna la forza di questo Paese, con i consumi in aumento del 3,2% e che alimentano un ulteriore ottimismo.
Già a partire dalla lettura del primo trimestre dell’anno, il Dipartimento del Commercio americano evidenziava in un certo senso la crescita registrando in tal periodo un incremento del PIL del 3,1% susseguito dal valore complessivo della produzione dei beni e servizi a stelle e strisce nel secondo trimestre del 2%. Tutto questo pone l’accento sulla solidità dell’economia USA, consolidando la sua compettezza.

Per il nuovo anno, tante sono le analisi studiate, approfondite, scritte e lette, spesso in contrasto tra loro, anche questo aspetto è il bello di questa professione, ma allo stesso tempo sappiamo perfettamente che gli input da monitorare sono sempre molteplici, senza mai tralasciare i fondamentali e, come sostiene, un raffinato autore e famoso operatore di borsa dei nostri tempi, di indiscussa professionalità, bisogna saper ascoltare anche “il respiro del mercato”, fattore decisamente non trascurabile soprattutto per quel che concerne i volumi.

Buon anno a tutti !!!





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