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Grazie Brexit? Forse sì. E, a dirlo, dovrebbero essere proprio gli europeisti. L’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea è stata, infatti, vissuta dall’opinione pubblica filoeuropea come un dramma, anzi una tragedia che, inaspettatamente, divide e indebolisce l’Europa, monca dell’apporto di una grande democrazia, un grande Paese, un grande popolo. Gli stessi filoeuropei, tuttavia, si stanno spellando le mani per applaudire la rivoluzionaria svolta che l’emergenza coronavirus ha impresso al futuro della Ue. E la domanda è: quella rivoluzionaria svolta – che coinvolge non solo l’eurozona, ma tutta l’Unione – sarebbe stata possibile con Londra seduta al tavolo? Difficile da credere. Come minimo, Merkel, Macron e le loro proposte per il Recovery Fund si troverebbero di fronte l’opposizione non solo di quattro piccoli paesi, come Austria, Olanda, Svezia e Danimarca, che, insieme, fanno il 5 per cento della popolazione europea, ma di un pezzo da novanta come la Gran Bretagna.

Nei quasi 50 anni di permanenza nella Unione, Londra ha avuto un peso, spesso decisivo, condizionando orientamenti e scelte di fondo di Bruxelles, nonché lo spirito stesso della costruzione europea. Con una formula semplice, si può sostenere che gli inglesi hanno circoscritto e ridimensionato l’anima burocratica e statalista che la Francia aveva infuso nelle istituzioni europee. A Londra viene fatta risalire una costante spinta liberale, nel senso delle liberalizzazioni a tappeto, dell’irregimentazione degli aiuti di Stato alle imprese, della cura attenta e occhiuta della concorrenza, della massima apertura al mercato, della disponibilità di principio all’abbassamento delle barriere commerciali internazionali (anche a costo di far entrare gli Ogm). Gli inglesi sono stati fra i più entusiasti promotori del mercato unico e – attenti in particolare ad un’Europa intesa anzitutto come unione doganale – all’allargamento della Ue verso nuovi membri. In questo secondo caso, un entusiasmo un po’ paradossale, perché è stato proprio l’apertura totale delle frontiere agli idraulici polacchi e ai braccianti romeni, conseguenze immediata del loro ingresso nell’Unione, a scatenare le reazioni popolari o populiste che hanno portato alla Brexit.

Ma, dal punto di vista di Londra, l’allargamento della Ue a sempre nuovi membri rallentava la spinta del nucleo storico del processo europeo ad una sempre maggiore integrazione. Fu il premier inglese Cameron, nel 2011, a bloccare, l’estensione a tutta la Ue, con una modifica dei trattati, delle norme di monitoraggio e armonizzazione dei bilanci statali (il “fiscal compact”) promosse da Francia e Germania e, alla fine, adottate solo per l’eurozona. Come sono stati gli inglesi ad impedire che si istituisse una tassa comune, la “Tobin Tax”, sulle transazioni di Borsa.

In un caso e nell’altro, Cameron non contestava l’austerità del “fiscal compact”, che Londra aveva già adottato di suo, o l’opportunità di tassare gli affari di Borsa, come gli inglesi già fanno da tempo, ma difendeva gli spazi di sovranità nazionale. Proprio la rivendicazione di una sovranità non nazionale, ma europea è invece l’asse della svolta avviata da Merkel e Macron. A cominciare dall’uso nuovo e potenziato del bilancio comunitario (materia di tutta la Ue e non solo dell’eurozona), che diventa la leva per un intervento di ampiezza mai vista su tutta l’economia europea, sulla base di un’autonomia finanziaria di Bruxelles. All’inizio fatta di debiti, ma, in prospettiva, secondo la visione illustrata da Ursula von der Leyen, di risorse finanziarie proprie.

Tasse, in altre parole: sulle multinazionali, sulle grandi aziende, terreni che Londra, anche più di altri, ha sempre ritenuto esclusivamente nazionali. E con una Ue che riscopre una vocazione dirigista. Via libera ad aiuti di Stato alle imprese per 2 mila miliardi di euro. Diffidenza per gli investimenti extraeuropei. Progetti per la creazione di “campioni industriali” ovvero alleanze fra aziende europee per contrastare il predominio globale americano o cinese. Voce in capitolo anche sui salari, con ipotesi di un accordo quadro sul salario minimo. Brexit o no, l’Inghilterra dei conservatori avrebbe avuto difficoltà a riconoscersi in questa Europa. E, forse, anche l’Inghilterra dei laburisti avrebbe puntato i piedi.
 



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