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Nel mio ultimo articolo ho provato ad analizzare in modo razionale (e non prevedendo il futuro) ciò che sarebbe potuto accadere nel 2021, nelle situazioni migliori e peggiori.

Quest’ultimo è iniziato un pò come temevamo o speravamo, con la giusta dose di imprevedibilità. Come sempre, il futuro non si conosce.

Lo scenario dei mercati italiani è mutato sensibilmente nel corso degli ultimi giorni seguendo l’evoluzione della crisi politica e della discesa in campo dell’ex presidente della Bce, Mario Draghi. Lo è sceso da 114 punti base a sotto i 90 (minimi di marzo 2015) facendo presupporre ulteriori cali e il tasso del nostro titolo di Stato decennale si è consolidato sotto la soglia dello 0,5%. Sono migliorate anche le stime sul Pil, portato a -6,8% (contro -7,8%) con un rimbalzo del 3,8% sia nel 2021 che nel 2022.

C’è stato un vero e proprio “effetto Draghi” che ha rispolverato il famoso “whatever it takes” che unito ai prezzi gia in saldo degli asset azionari portano maggiore appeal, la chiusura degli short e il posizionamento long di nuovi investitori internazionali e di conseguenza una reazione positiva sul FtseMib e tutti gli indici azionari italiani.
Tendenzialmente gli operatori internazionali hanno preso posizione velocemente sul nostro Paese catapultandosi su società come Enel (MI:) e Stellantis, le cosidette large cap che hanno dato tanto nei mesi scorsi grazie anche alla loro liquidità e all’alta capitalizzazione.
Ma ritengo che nei prossimi giorni ci possano essere flussi di acquisto sui veri gioielli italiani, le mid e small cap come Poste (MI:), Buzzi Unicem (MI:), Leonardo, Technogym e altre, se e solo se ovviamente l’attenzione sul nostro paese rimarrà perchè sono subordinate alla stabilità e visibilità della politica interna.

Insieme a Draghi stanno ritornando le teorie di Federico Caffè e le lezioni di Keynes, la volontà di adottare una politica economica basata sulla spesa pubblica e sull’intervento pubblico. Non bisognerà più lavorare su un’austerity spinta e sui tagli ma su una crescita superiore al tasso di interesse a cui ci si indebita.

Quello che ci si aspetta da questo governo (più politico che tecnico di quanto immaginassimo) è che sia in grado di padroneggiare le sfide che verranno, a cominciare dal Recovery Fund da far fruttare come “debito buono” per le giovani e future generazioni, dallo stretto coordinamento con l’Ue che possa portare più voce in capitolo e contribuire alla continua riduzione del premio di rischio degli asset italiani, le riforme strutturali che aiuterebbero non solo la ripresa economica ma anche a ridurre le tensioni populiste sorte sotto il Governo di Mario Monti. Per le cosidette imprese “zombie” si dovrà fissare bene in mente l’idea di smettere di erogare contributi a fondo perduto ma finanziarle per far riprendere le loro attività una volta superata la crisi, seguita dall’accellerazione sul piano dei vaccini, la sostenibilità ambientale e mettendo mano al sistema fiscale, semplificandolo.

E’ Un’opportunità per ricostruire l’Italia dalle fondamenta.

Nonostante i buoni propositi e il clima di fiducia in cui ci troviamo, dev’esserci cautela e oculatezza da parte di tutti noi perchè lo spazio di manovra sarà probabilmente molto limitato, poiché il parlamento italiano è un pianeta totalmente diverso dal consiglio direttivo della Bce e non dimentichiamoci che insieme alla Spagna rivedremo la crescita pre-crisi solo dopo il 2022 (salvo Next Generation).

Questo evento porta con sè la preoccupazione di poter essere usato dai partiti populisti, poiché questo si adatterebbe perfettamente alla storiella che l’Italia dipende da Bruxelles e dai banchieri.

Tuttavia, queste saranno preoccupazioni da porsi in un altro momento.





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