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Installi il nuovo firmware e gli auricolari diventano inutilizzabili. Sta succedendo a molti utenti degli AirPods, gli auricolari bluetooth di Apple usati anche da molti consumatori in possesso di smartphone con sistema operativo Android. E poiché gli AirPods di cui stiamo parlando sono i più “vetusti” cioè quelli di prima generazione, il sospetto è quello di trovarsi di fronte a un altro caso di obsolescenza programmata.

Per questo motivo la Federconsumatori ha inviato una segnalazione ad Antitrust perché indaghi sul caso. L’ipotesi è quella di pratica commerciale scorretta che, se accertata, prevede sanzioni pecuniarie. Non è la prima volta che la società di Cupertino si trova a dover fronteggiare queste accuse: nel gennaio 2021 Altroconsumo ha avviato una class action per l’obsolescenza programmata degli iPhone 6, 6 Plus, 6S e 6S Plus. Se il giudice le darà torto Apple sarà costretta a versare 60 milioni di euro nelle tasche dei clienti che hanno partecipato all’azione.

Quello degli AirPods di prima generazione, che sono entrati sul mercato a fine 2016, è un caso noto nel settore della telefonia. Gli auricolari funzionano grazie a un firmware (una sorta di “codice base”) che si aggiorna da solo quando Apple lo rilascia. L’ultimo aggiornamento (la versione 6.8.8) causa però un grave problema: una volta installato, gli AirPods si disconnettono da soli dal telefono dopo pochi secondi, rendendo impossibile la conversazione o anche solo ascoltare musica o podcast. Sul forum ufficiale di Apple i casi riportati, tutti identici, sono decine da tutto il mondo. Nessuno è riuscito a trovare una soluzione al problema, se non acquistando AirPods di seconda generazione o la versione Pro, per una spesa che va dai 130 ai 200 euro circa.

Secondo Federconsumatori il problema non è solo l’impatto che hanno questi aggiornamenti, in grado di alterare le caratteristiche originarie del prodotto, ma anche il fatto che al consumatore non viene fatta leggere alcuna “informativa chiara e trasparente sulle conseguenze dell’installazione degli upgrade”. E questo, spiega il presidente di Federconsumatori Emilio Viafora, vale “praticamente per tutte le aziende che producono software, dispositivi elettronici ed elettrodomestici. L’Unione europea si sta muovendo per garantire più trasparenza al consumatore e maggior durata dei dispositivi elettronici. Ma bisogna accelerare i tempi: dopo l’approvazione del Green new deal, non è tollerabile che i clienti siano costretti a disfarsi di apparecchiature altamente inquinanti ogni 2-3 anni”. 

Il riferimento è alla “risoluzione non legislativa” del Parlamento europeo approvata a fine novembre 2020. Una sorta di suggerimento alla Commissione perché intervenga sul settore. E tra le novità più importanti c’è un’etichetta in cui il produttore dovrà indicare la durata stimata del prodotto. Una “data di scadenza” sui dispositivi elettrici ed elettronici che sarebbe una vera rivoluzione. 

Ma non è finita, perché la proposta dell’organo legislativo europeo si spinge ancora più in avanti per far sì che i consumatori abbiano a disposizione il massimo delle informazioni possibili. I produttori dovranno anche indicare il costo medio dei pezzi di ricambio, quanto bisognerà aspettare perché un pezzo venga riparato e redigere un prospetto su quali siano i guasti più frequenti e come ripararli.

Sarebbe la traduzione in fatti del cosiddetto “diritto alla riparazione” che va di pari passo con la lotta all’obsolescenza programmata. Nella maggior parte dei casi gli apparecchi smettono di funzionare dopo che è scaduta la garanzia legale di due anni. E l’utente rinuncia a riparare una macchina del caffè, un aspirapolvere o un robot da cucina perché scoraggiato da tempi di attesa e costi. Non sapendo che, a volte, basta sostituire una parte meccanica, un pezzo del valore di pochi euro, per poter continuare a usarli.

E qui entra in campo un altro ambizioso capitolo della proposta del Parlamento Ue: imporre alle aziende di uno stesso settore di produrre, laddove possibile, pezzi di ricambio standard anziché progettarli con minuscole, ma decisive differenze per costringere i consumatori ad acquistare i propri. Una misura che dovrebbe anche concorrere ad abbassare i prezzi di questi articoli.

C’è poi il grande tema della garanzia. La proposta del Parlamento individua due possibili strade. La prima è quella di andare oltre i canonici due anni o, addirittura, ripartire da zero dal momento in cui il prodotto viene riparato. La garanzia biennale infatti è solo la soglia minima ma ci sono Paesi che l’hanno estesa a tre anni, indipendentemente dal tipo di prodotto, come la Svezia, oppure Norvegia e Islanda che garantiscono cinque anni ai prodotti più durevoli come elettrodomestici, mobili o automobili.

La seconda, che verosimilmente sarà la più apprezzata dall’industria, prevede la garanzia legale sulle parti sostituite. Sembra incredibile, ma oggi non sempre questi pezzi sono garantiti. Anche in questo caso l’Italia è tra i Paesi europei che prevedono la soglia minima: in caso di riparazione i termini della garanzia vanno avanti come se nulla fosse. In Austria, Croazia e Danimarca il conteggio ricomincia da zero e dura addirittura tre anni, mentre Estonia, Grecia e Islanda decorre un nuovo termine di due anni. L’intenzione del Parlamento europeo è di armonizzare questo mosaico che, visto da lontano, restituisce l’immagine di un consumatore di serie A e uno di serie B.



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