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MILANO – Trovare una soluzione per il Monte dei Paschi di Siena: è uno dei dossier più scottanti per il nuovo ministro del Tesoro Daniele Franco e per il premier Mario Draghi. Il quale si porta sulle spalle anche un trascorso non troppo felice, in quanto fu lui da governatore della Banca d’Italia nel 2008 ad approvare l’acquisto di Antoveneta da parte di Mps ad un prezzo esagerato, 9 miliardi di euro, per qualcuno all’origine dei problemi che hanno poi determinato la crisi della banca. Crisi da cui l’istituto senese non è ancora uscito del tutto, nonostante il Tesoro nel 2017 guidato da Pier Carlo Padoan, si fece carico di un salvataggio iniettando ben 5,4 miliardi di soldi dei contribuenti. Con l’impegno, nei confronti della Ue che approvò l’operazione, di rimettere la banca sul mercato entro la fine del 2021.

Compito che oggi appare assai arduo visto l’andamento dei conti (nel 2020 ha perso altri 1,7 miliardi) e con la possibilità che tra non molto si abbatta su Siena un’altra ondata di crediti inesigibili (il governatore Visco ha previsto 100 miliardi di Npl per tutto il sistema nel 2021 e 2022). Tuttavia non è detto che Draghi e Franco vogliano seguire la stessa strada che negli ultimi mesi avevano battuto l’ex ministro Gualtieri e l’ex premier Conte, i quali hanno spinto decisamente per una fusione tra Mps e Unicredit. Tanto da aver facilitato l’approdo di Padoan alla presidenza della banca milanese e da aver messo in cantiere una serie di misure fiscali (le famose deterred tax asset), osteggiate dai 5Stelle, che rappresentano una dote di circa 2 miliardi netti per l’eventuale compratore. Oltre a un aumento di capitale da 2,5 miliardi a cui il Tesoro contribuirà con la sua quota del 64%. Tanti soldi che vanno ad accrescere il debito pubblico già a livelli esorbitanti. Ma Draghi, che da presidente della Bce conosce più che bene le logiche della banca centrale e della Ue, potrebbe tirar fuori dal cappello qualche nuova soluzione.

Ciò che preme a Bruxelles, infatti, non è tanto una privatizzazione fine a se stessa, ma più che altro che Mps venga disinnescata come mina vagante capace di contagiare altre banche del sistema europeo. A Bruxelles e a Francoforte molti pensano che mettere Mps nella pancia di Unicredit potrebbe in prospettiva allargare il problema invece che risolverlo, nonostante il vantaggio della dote che renderebbe non necessario un aumento di capitale per la banca guidata da Andrea Orcel. E quali potrebbero essere le altre soluzioni sul tavolo? O una gara internazionale o uno spezzatino. La prima di queste due soluzioni ha però un difetto, che alla gara potrebbero partecipare solo gruppi che hanno una presenza già consolidata in Italia, in quanto solo così potrebbero usufruire dei benefici fiscali previsti dalla legge di bilancio 2021. Quindi la cerchia dei potenziali pretendenti si restringerebbe alle francesi Bnp Paribas (che controlla la Bnl) e Crédit Agricole (che ha già Cariparma e ha lanciato un’Opa sul Creval) o alla tedesca Deutsche Bank (che sta faticosamente uscendo da sette anni di conti in forte perdita). Mentre l’idea dello spezzatino, ben vista in ambienti finanziari internazionali, potrebbe pian piano venire alla luce.

Un nuovo Mps concentrato solo su Toscana e Umbria dove avrebbe il 20% di quote di mercato, pulito da qualsiasi Npl che verrebbero accollati a Amco e Fintecna insieme al contenzioso legale e a una folta schiera di personale senese. Evitando così drastici tagli di personale insopportabili in questo momento, mentre il resto degli sportelli al Centro e Sud venduti al miglior acquirente. Fattibile? Ce lo dirà Draghi nei prossimi mesi.



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