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La retromarcia su China Mobile e altre due aziende è scattata quattro giorni dopo la decisione di espulsione e dopo consultazioni con i regulators

di Marco Valsania

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(REUTERS)

La retromarcia su China Mobile e altre due aziende è scattata quattro giorni dopo la decisione di espulsione e dopo consultazioni con i regulators

2′ di lettura

Il New York Stock Exchange fa marcia indietro sul delisting dei colossi cinesi delle telecomunicazioni. Il Nyse, d’improvviso e con una breve nota, ha annunciato che non procederà più con “le azioni” per espellere dalla Borsa americana tre grandi gruppi controllati da Pechino, China Mobile, China Telecom e China Unicom. L’inversione di rotta è avvenuta solo quattro giorni dopo l’originale decisione sul delisting, presa per mettere in pratica un ordine della Casa Bianca contro aziende considerate legate alle forze armate cinesi.

Le consultazioni

Il Nyse ha spiegato ben poco di quanto avvenuto. Nella sua nota si è limitato a far sapere che la svolta è scattata in seguito a “consultazioni con le rilevanti autorità di regolamentazione”. China Mobile, il principale dei tre gruppi, è quotato al Nyse ormai dal 1997, uno dei pionieri dello sbarco cinese a Wall Street per attirare capitali globali. I titoli dei tre gruppi hanno subito reagito alla mossa di distensione con rialzi compresi tra il 7% e l’11% a Hong Kong, dove sono anche quotati. Una concreta sospensione del trading nei titoli al Nyse, in concreto, era ormai alle porte: era prevista entro tra il 7 e l’11 gennaio.

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L’ordine di Trump

L’espulsione era stata annunciata quale applicazione di un executive order di Donald Trump, firmato lo scorso novembre. Il Nyse aveva indicato che la messa al bando sarebbe entrata in vigore nel rispetto di un divieto presidenziale all’esposizione “a ogni società dell’apparato militare comunista cinese da parte di ogni individuo negli Stati Uniti”. Le tre società in questione, che hanno l’esclusiva quali reti per i servizi di tlc in Cina, sono ritenute sotto la ferrea direzione di un’agenzia governativa di Pechino, la Assets Supervision and Administration Commission.

Un delisting costoso

L’impatto di un de-listing negli Usa sui tre titoli sarebbe stato in realtà mitigato dal fatto che tutte e tre le aziende sono quotate anche a Hong Kong, offrendo quindi la possibilità agli investitori internazionali di avere ugualmente accesso ai loro titoli. L’espulsione avrebbe tuttavia aggravato le tensioni bilaterali tra Stati Uniti e Cina. Rischi esistevano inoltre per la centralità globale rivendicata dal Nyse e dalle borse statunitensi: negli ultimi vent’anni le società cinesi hanno raccolto oltre 144 miliardi di dollari sulle piazze Usa. Mentre gli investitori e i gruppi finanziari americani sono più che mai impegnati ad accrescere la loro presenza nella potenza economica asiatica.



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