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Il dollaro si rafforza, l’inflazione negli Stati Uniti è ai massimi degli ultimi 30 anni. Il Wall Street Journal titolava così qualche settimana fa: “On inflation surge, the Fed is running out of excuses”. La Fed ha esaurito le scuse sull’inflazione, e la TEMPORANEITA’ comincia a non convincere più i mercati. Poi qualche giorno fa, l’ammissione che non era più temporanea e la conseguente necessità di iniziare ad agire. E’ dal 1989 che non si verificava una inflazione così alta per 12 MESI CONSECUTIVI.

L’inflazione ha forti ripercussioni sulla capacità di spesa dei consumatori finali, oltre che sulle aziende produttrici. L’impatto dell’inflazione sulle imprese è riscontrabile in economia attraverso tre fasi temporali diverse:

1. In un primo momento si manifesta attraverso un aumento dei costi delle materie prime, causando un aggravio delle spese per le imprese: aumentano i costi di produzione a parità di ricavi. Effetti negativi sui profitti aziendali.
2. In un secondo momento le aziende iniziano a metabolizzare questi aumenti e li trasferiscono sul consumatore, aumentando i prezzi dei prodotti finali. In questo modo aumentano i ricavi in correlazione con l’aumento dei costi, ma nel medio termine si riaffacciano gli effetti negativi, tipici della terza fase.
3. I consumatori finali, nella terza fase, hanno oramai perso potere di acquisto, e inizia una contrazione dei consumi e della domanda di prodotti, con conseguente riduzione dei ricavi per le imprese.

L’impatto finale dell’inflazione sull’ intero tessuto imprenditoriale quindi è determinato, non solo dall’aumento dei costi di produzione, ma nel medio lungo termine anche dalla diminuzione della domanda e quindi dei ricavi e dei profitti, con il rischio dell’inizio di una fase recessiva. L’indice inflazionistico fa riferimento alla CORE INFLACTION, cioè all’inflazione depurata di prezzi volatili di FOOD and ENERGY.
L’aumento dei prezzi incide fortemente sulla capacità di spesa del consumatore finale. Ma perché l’inflazione viene definita TEMPORENEA e soprattutto quali sono le CAUSE che la generano? Il discorso è complesso e chiama in causa diversi fattori. Iniziamo col considerare che i prezzi di produzione in CINA sono aumentati del 13,5% e in AMERICA del 8,6%.

Ma quali sono i fattori che hanno determinato quest’aumento dei prezzi incontrollato, oltre alle poitiche monetarie espansive (indispensabili per affrontare la crisi sanitaria)?

– Una delle cause principali è l’AUMENTO del COSTO DELL’ENERGIA partito da settembre in Cina, ma che ha avuto forti ripercussioni sull’ intera economia mondiale, con la conseguente CRISI ENERGETICA di cui tutti abbiamo sentito parlare. Il problema è stato generato da due fattori, il primo di tipo meteorologico, il secondo di tipo strutturale.

La Cina è leader nel campo delle risorse rinnovabili. Produce energia elettrica principalmente da centrali idroelettriche, solari ed eoliche. La famosa “Diga delle tre Gole”, è la diga più grande del mondo, che ospita la centrale idroelettrica più potente al mondo, e da qui passa oltre il 3% dell’intero fabbisogno energetico della CINA. La Cina è una nazione che vive di contraddizioni, infatti, pur essendo il più grande produttore GREEN al mondo, è anche la nazione che maggiormente fonda la sua economia sulla produzione di energia derivante dal consumo di carbone. Ci sono più di mille centrali elettriche a carbone, anche se ultimamente, la Nazione ha abbassato drasticamente la dipendenza da questo combustibile: dal 80% del 2010 al 58% del 2019.
Il presidente Xi Jinping, ha dichiarato pubblicamente l’impegno di rendere la Cina CARBON NEUTRAL entro il 2060. C’è ancora tanto da fare per raggiungere un obbiettivo soddisfacente. Ma torniamo ad analizzare le problematiche che hanno determinato la CRISI ENERGETICA, correndo indietro nel tempo di qualche mese, precisamente sul finire dell’ ESTATE 2021.

In questo periodo, la Cina ha iniziato ad accusare pesanti BLACK-OUT ELETTRICI in tutta la nazione, sia per la SCARSA DISPONIBILITA’ DI COMBUSTIBILI FOSSILI, sia per la necessità di NON ECCEDERE AI GIA’ ALTISSIMI CONSUMI ENERGETICI. Ben presto la popolazione si è accorta che non si trattava di episodi isolati e tutto si è presto tramutato in una vera e propria CRISI ENERGETICA. La peggiore del decennio: fabbriche chiuse, semafori spenti, smartphone offline, infrastrutture in panne, negozianti al lume di candela. Milioni di persone al freddo e al buio, in attesa della stagione invernale oramai alle porte. Questa situazione ha paralizzato tutta la nazione, avendo colpito 20 delle 31 province cinesi. In particolare quelle al nord est, e soprattutto quelle più produttive. Le provincie in crisi contengono fabbriche di importanza cruciale per tutta la filiera della tecnologia. La provincia del Guangdong è cardine del mercato tech cinese, ma anche una delle zone più colpite dalla crisi energetica. L’energia idroelettrica rappresenta il 30% del fabbisogno energetico cinese, e, la siccità degli scorsi mesi estivi, ha ridimensionato i bacini acquiferi delle centrali produttive. Questa situazione ha spinto il governo ad aumentare le precipitazioni artificiali mediante l’utilizzo di razzi chimici, sparati nelle nuvole, per accelerare al loro interno la creazione di cristalli di ghiaccio, che diventino pioggia necessaria ai bacini delle dighe. Lo stato di emergenza creatosi, ha costretto il governo cinese a chiudere i rubinetti e a razionare all’osso le forniture energetiche, obbligando soprattutto le fabbriche, a ridimensionare pesantemente il proprio operato.

Il razionamento avviene nel momento più critico dell’anno, col natale alle porte, e, molte fabbriche di giocattoli, vestiti, e tecnologia, rischiano di non riuscire a mantenere un equilibrio tra domanda e offerta; quando la domanda supera l’offerta, aumentano i prezzi. Il caos sull’energia e il calo produttivo, hanno comportato una pesante riduzione delle esportazioni cinesi di beni di consumo: come ad esempio gli smartphone. La Cina sta cercando soluzioni alla crisi energetica con il combinato disposto di diversi fattori: calmierando i prezzi, ricercando altre fonti energetiche, aumentando le riserve di gas, dando ordine alle miniere di aumentare la produzione di carbone, con pesanti ripercussioni ambientali.

Quindi abbiamo visto come la crisi energetica abbia causato non solo aumenti delle materie prime e soprattutto dei combustibili fossili da cui si ricava energia, ma a cascata questi maggiori costi si siano ripercossi su tutta la filiera produttiva e soprattutto, il persistere di questa crisi ha comportato anche la crisi sul lato SUPPLY del mercato dei beni; tale crisi è la naturale conseguenza di una minore produzione a fronte di una domanda sostenuta.

Ma cerchiamo di approfondire le 2 motivazioni che spingono gli Stati Uniti a considerare PROVVISORIA questa inflazione:

– Innanzi tutto troviamo le difficoltà legate alla SUPPLY CHAIN DISRUPTION. Detta in parole semplici, è la difficoltà delle imprese a far fronte ad una domanda sostenuta, perché ci sono problemi nella catena di approvvigionamento. I problemi legati al lato dell’offerta, non possono essere strutturali, ma secondo gli Americani potrebbero protrarsi per diverse settimane / mesi, con la speranza che nel corso del prossimo anno possano risolversi già a partire dall’estate.

– L’altro elemento, secondo la FED, dovrebbe essere legato allo SHORTAGE di lavoratori. La pandemia ha tenuto a casa le persone, e, il lungo periodo in cui si è protratta ha consentito un aumento dei risparmi rafforzati dalla pioggia di sussidi arrivati come paracadute per tutti i ceti sociali. Così molti potenziali lavoratori al momento non sono motivati a ricercare un lavoro, ma restano provvisoriamente fuori dal mercato. Alla luce di quanto sopra considerato, ci sono dei RISCHI PESANTISSIMI che dovrà affrontare la FED, nel suo delicato compito di rientro della politica monetaria espansiva e lotta all’inflazione.

UN INTERVENTO TARDIVO della Banca Centrale NEL CONTRASTO ALL’INFLAZIONE, comporterebbe queste 4 CONSEGUENZE:
1. NECESSITA’ DI UN IMPROVVISO E INEVITABILE RIALZO DEI TASSI.
2. IMPATTO FORTEMENTE NEGATIVO SULLA STABILITA’ DEI MERCATI FINANZIARI (Sell off azionario)
3. RIDUZIONE DEI RISPARMI DEI CONSUMATORI. Con una inflazione del 6% protratta per mesi verrebbero corrose le capacità di spesa, con un concreto rischio di avvio di una grave crisi recessiva. L’inflazione è una tassa occulta.
4. EROSIONE DELLO STIMOLO FISCALE messo in piedi da Biden con l’approvazione dell’ infrastructure bill. Il percorso che la FED dovrà affrontare sarà tutto in salita e pieno di ostacoli.

Molto delicate saranno le diverse fasi di assestamento, così come, importante sarà la gradualità e la comunicazione dei piani di attuazione. Questi ultimi avranno un forte impatto sui mercati finanziari, in rapporto agli effettivi interventi di rialzo dei tassi e aspettative di mercato.
Gli SCENARI ESTREMI potrebbero essere così descritti:

1. RIALZO TARDIVO DEI TASSI: in questo caso si rischia di non recuperare in tempo la situazione, e, la rincorsa all’aumento dei prezzi, creerebbe forti squilibri. Alzare i tassi in maniera aggressiva comporterebbe danni ai CONSUMATORI e ai MERCATI FINANZIARI.

2. Al contrario una reazione troppo immediata, SOFFOCHEREBBE L’ATTUALE RIPRESA ECONOMICA. Infatti l’aumento dei tassi immediato porterebbe a rallentare gli acquisti dei consumatori e gli investimenti di imprese e famiglie, che per ricorrere al credito dovrebbero sostenere un costo molto più pesante. E senza considerare che l’aumento del costo del debito ha ripercussioni pesanti anche sui DEBITI SOVRANI, ma di questo c’è bisogno di un approfondimento a parte.

Insomma la sensazione è che la FED non abbia fino ad ora toccato i tassi, per SUPPORTARE I PREZZI DEGLI ASSET ED EVITARE CRISI DEL SENTMENT DI CONSUMATORI E INVESTITORI. Il nuovo anno metterà la FED di fronte a scelte molto importanti, e il TIMING DEL RIALZO DEI TASSI sarà la VARIABILE CRUCIALE, che porterà la banca centrale all’inferno o al purgatorio, con pesanti ripercussioni su tutti gli asset dei mercati finanziari e sulle economie di tutto il mondo. Tutti gli strumenti saranno coinvolti dalle politiche della FED: dai bond ai titoli azionari, comprendendo commodities, valute e cripto.

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