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L’attuale piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) con i fondi europei ignora quasi del tutto la banda ultra larga. Se il Governo appena costituito, con Draghi in cabina di regia e Colao e Cingolani a riscrivere il piano, non aumenterà i fondi dedicati ci ritroveremo nel 2025 a essere un Paese sottosviluppato per infrastrutture. Con molto meno 5G e pochissima fibra rispetto agli altri Paesi europei. Nei giorni scorsi esperti e operatori hanno lanciato quest’allarme, in audizione alla Camera. AssTel (associazione dei principali operatori) ha chiesto di aggiungere con il Pnrr 10 miliardi di euro ai fondi pubblici già disponibili per estendere la banda ultra larga fissa e mobile; il piano ora invece vi dedica solo 1,1 miliardi di euro, lo 0,5% del totale.

Analisi condivisa da Maurizio Dècina, professore emerito al Politecnico di Milano e padre delle telecomunicazioni italiane. Dècina in particolare denuncia che, con gli attuali piani pubblici e degli operatori, al 2025 ben il 30 per cento delle unità immobiliari sarà ancora privo delle connessioni internet considerate dalla Commissione europea lo standard per il futuro, ossia quelle che arrivano ad almeno a 1 Gigabit. Sono molte le aziende che, con sedi fuori dai centri abitati, si troveranno nelle aree sfortunate. Con connessioni inadeguate alla rete, sarà inevitabile per loro (e per il Paese) perdere competitività internazionale: l’Italia, soprattutto il Covid-19, non se lo può permettere, notano Dècina e il presidente Asstel Pietro Guindani.

La stessa Infratel Italia, ossia il braccio operativo dello sviluppo economico per il piano banda ultra larga, ha notato in audizione che servono più soldi (per voce del suo amministratore delegato Marco Bellezza): 5 miliardi di euro aggiuntivi, nel Pnrr. Tra l’altro – scrive Infratel – servono 600 milioni di euro per cablare i palazzi delle zone in cui c’è l’intervento pubblico con il piano Governativo banda ultra larga. Per il regolamento dei bandi, infatti, la fibra ottica messa coi fondi pubblici si ferma in strada a circa 40 metri dall’utente. L’ultimo tratto, fin dentro casa, è a spese degli operatori telefonici, che tendono a scaricarne il costo sui clienti (vedi Il paradosso della fibra: dove investe lo Stato, agli utenti costa di più, Repubblica 24 settembre 2020).

Bellezza prevede la necessità anche di mettere 625 milioni di euro ulteriori nel Pnrr per coprire le case sparse (sfuggite all’attuale piano governativo banda ultra larga) e 549 milioni per le “aree grigie” (aggiuntivi rispetto a 3.091 milioni già presenti nel Pnrr). Le aree grigie sono quelle dove la banda ultra larga c’è ma è insufficiente. Problema: qui ha sede la maggior parte delle aziende (come da analisi dell’osservatorio EY). Già nel 2017 il Governo aveva stanziato 1,1 miliardi per le aree grigie ma il piano d’attuazione slitta di anno in anno.

Infratel chiede anche 550 milioni per la fibra ai musei e siti archeologici, 500 milioni per coprire gli ospedali, dove la rete è ormai componente fondamentale di diagnosi e terapie; 75 milioni per i parchi naturali. Il Pnrr già stanzia invece 261 milioni per coprire le scuole.

Dècina e AssTel chiedono il doppio delle risorse rispetto a quelle suggerite da Infratel perché prevedono un buco di copertura al 2025, per vari motivi. Circa 3 milioni di unità immobiliari sono “nuove aree bianche”: gli operatori avevano promesso di coprirle (motivo per cui non sono incluse nei bandi per il piano banda ultra larga), ma poi non l’hanno fatto. Considerano inoltre che il piano aree grigie non darà frutti nel breve e comunque ha fondi insufficienti, quindi ci sarà un buco anche lì. Qui saranno del resto ben 8 milioni le unità immobiliari senza copertura al 2025 (stima Dècina). Analisi condivisa da Open Fiber, aggiudicatrice del piano banda ultra larga (a quanto riferisce a Repubblica). “Con un miliardo di euro si coprono circa 3 milioni di unità immobiliari, senza considerare il cablaggio interno del palazzo”, dice il direttore della regolamentazione Francesco Nonno.

A questo va sommato il 5G, che il Pnrr trascura completamente (come nota Asstel), mentre la Germania vi dedica 16 miliardi e la Spagna 5 miliardi, nei loro piani all’Europa. Il 6 per cento dei comuni sono esclusi dai piani futuri degli operatori. I fondi pubblici per AssTel devono servire anche a finanziare la ricerca e sviluppo su tecnologie e applicazioni 5G (la Germania solo a questo dedica 2 miliardi), che farà la differenza per la competitività delle aziende e l’indipendenza del Paese da produttori stranieri. C’è il 5G anche nelle richieste Infratel, ad esempio per 1,8 miliardi di euro necessari a coprire le strade extra urbane.

Non solo investimenti. Infratel e AssTel concordano sulla necessità di semplificare la burocrazia dei permessi a cui gli operatori sottostanno per cablare la fibra e installare antenne. Richiedono regole più leggere e anche il rispetto delle attuali, spesso disattese dagli enti. Open Fiber e Infratel condividono inoltre l’urgenza che l’Italia recepisca il nuovo codice europeo delle comunicazioni, che ha regole più robuste per la copertura e prevede un ruolo di controllo più forte da parte di Agcom (Autorità garante delle comunicazioni).

 



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