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Crescono gli investimenti sostenibili. La quota di investitori globali che hanno applicato i criteri ESG ad almeno un quarto dei loro investimenti totali è passata dal 48% nel 2017 al 75% nel 2019, secondo i dati di Deloitte e si prevede che questa percentuale continuerà a crescere. Solo negli Stati Uniti difatti gli investitori professionali potrebbero registrare il 50% dei loro investimenti totali in attività ESG nei prossimi cinque anni.  Un trend in forte ascesa negli ultimi anni che Covid ha accelerato ulteriormente in quanto la  forte performance dei fondi ESG nel sell-off indotto dalla pandemia ha attirato ulteriori investitori.
Una tendenza che ha portato a un aumento sostanziale di prodotti ESG in arrivo sul mercato. I gestori patrimoniali, ostacolati nei loro piani di crescita dalla popolarità dell’investimento passivo e dalla volatilità dei mercati, si sono rivolti ai mandati ESG come un modo per generare afflussi.  E per garantire la sostenibilità dei portafoglio in cui collocano il capitale dei loro clienti si trovano di fronte a una serie di nuove offerte con la difficoltà di identificare i prodotti ESG che inglobano al loro interno aziende realmente dal basso impatto ambientale.

La vera sfida degli investimenti ESG

Ci si chiede però se l’investimento sostenibile sugli ESG sia davvero efficace ad avere un impatto positivo sul mondo. Il mese scorso, parlando alla CNBC, l’italiano Alessandro d’Eri, senior policy officer all’ESMA, l’autorità di vigilanza finanziaria europea, ha messo in luce una nuova questione ossia “la discrepanza tra le aspettative degli investitori nel voler investire sempre di più in prodotti di tipo ESG e l’effettiva disponibilità di prodotti realmente conformi o sostenibili”. La sfida più grande che deve affrontare l’investimento sostenibile è che ad oggi non ci sono criteri chiari su cosa rende un’azienda conforme agli investimenti ESG.
“Quando si pensa alla composizione dei fondi ESG è innanzitutto importante ricordare che i fondi su cui si investe devono permettere di ottenere un rendimento per il proprio portafoglio. E quindi possono inclinarsi in base ai gruppi industriali, in base alle opinioni di settore e che possono o meno riferirsi ad una certa visione ESG”, rimarca invece Sheila Patel, presidente di Goldman Sachs Asset Management. Guardando alla composizione di alcuni fondi ESG, il più grande al mondo per asset, secondo i dati di Refinitiv di settembre, è il MFS Value Fund e a luglio di quest’anno, il 2,45% del suo portafoglio totale è stato assegnato a società di esplorazione petrolifera mentre dieci anni prima, ben l’11,66% del suo fondo totale era stato investito in queste imprese petrolifere.

L’impronta di carbonio delle big tech e il rischio greenwashing

Stessa cosa se si guarda ai big tech. Il quarto più grande fondo ESG, Parnassus, aveva il 17,26% delle azioni in società come Apple, Alphabet e Amazon. Amazon, per esempio, ha registrato un’impronta di carbonio, Carbon footprint, di 51,17 milioni di tonnellate di anidride carbonica l’anno scorso, in aumento annuo del 15%. Ma alcuni gestori sostengono che l’impegno di Amazon a ridurre le sue emissioni di carbonio e a diventare carbon neutral entro il 2040 è una ragione per cui il titolo è favorevole agli investimenti ESG.
E qui entra in gioco il rischio concreto di greenwashing, neologismo che sta a identificare un ‘ecologismo di facciata‘ da parte di aziende che cercano di costruire un’immagine ingannevolmente positiva sotto il profilo dell’impatto ambientale. Nei fondi ESG, in mancanza di criteri chiari e generali, possono ala fine figurare molte grandi aziende impegnate in prospettiva a ridurre il loro impatto ambientale, ma la cui impronta di carbonio risulta comunque elevata o addirittura in aumento ad oggi.

Mancanza di chiarezza e scappatoie per ‘apparire’ più green

La mancanza di chiarezza attorno alle politiche ESG di alcune aziende rende difficoltose le decisioni degli investitori. Le aziende non pubblicano tutti i loro dati e uno di questi è proprio la cosiddetta impronta di carbonio. Ma qualcosa è cambiato per gli investitori ESG. Se tale dato fosse messo a disposizione, si potrebbe valutare meglio l’impegno in sostenibilità di un’azienda e dire se  la sua impronta di carbonio oggi è soddisfacente o meno. Il vecchio modo in cui operavano gli investitori era spesso quello di prelevare i loro soldi da quelle aziende. “Oggi il disinvestimento non è visto come il modo ottimale per spingere al cambiamento; c’è più impegno a chiedere una chiara linea temporale per migliorare fattori come l’impronta di carbonio, lo chiameremo un modo di pensare 2.0 sull’uso del capitale nello spazio ESG”, ha detto Sheila Patel.
Le aziende possono inoltre “nascondere” la loro effettiva impronta di carbonio esternalizzando parti del loro processo di produzione ad altre società o altre giurisdizioni. Questo rende ancora più complicato valutare l’effettiva sostenibilità di un’azienda.

Cosa sta facendo l’UE

Così, i legislatori e le autorità di regolamentazione hanno iniziato a farsi avanti. L’Unione Europea ha presentato un piano che dal 2021 in poi stabilisce delle soglie di performance e delle salvaguardie minime per aiutare gli investitori e le imprese nella transizione verso un’economia più verde. Ciò significa che entro la fine del prossimo anno, i gestori di portafoglio dei fondi ESG in Europa dovranno spiegare come e in che misura hanno applicato tali salvaguardie nel determinare se le aziende stanno seguendo passi sostenibili.
“Abbiamo visto in gran parte lo slancio normativo che si sta verificando in Europa”, rimarca Kristen Sullivan di Deloitte, aggiungendo che ci sono stati alcuni passi avanti anche negli Stati Uniti. Gli esperti concordano però sul fatto che è necessaria una maggiore supervisione visto che alto è il rischio del  ‘greenwashing‘, la tecnica di molte aziende di costruire un’immagine di sé ingannevolmente positiva sotto il profilo dell’impatto ambientale.





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