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C’è stato un fattore che ha permesso a Wall Street di marciare a ritmo spedito: la ‘silenziosa discesa’ del dollaro. E’ quanto scrive su Marketwatch William Watts, ricordando come lo US Dollar Index (DXY) viaggi a uin valore inferiore del 5,9% rispetto al record testato a marzo quando, nel bel mezzo delle turbolenze scatenate dalla nuova realtà mondiale dei contagi da coronavirus, l’avversione al rischio ha portato gli investitori a rifugiarsi sul biglietto verde.

TORONTO, ONTARIO, CANADA – 2018/12/12: In God We Trust. Macro of a US dollar lettering in the back of a bank note. (Photo by Roberto Machado Noa/LightRocket via Getty Images)

In quei giorni il Dollar Index oscillava attorno a quota 103 punti; oggi viaggia sui 96 punti, dopo essere sceso anche la scorsa settimana, registrando una flessione dell’1,4% su base settimanale. “Ci sono state diverse distrazioni lo scorso mese, ma lo scivolone quasi silenzioso del dollaro dovrà essere ricordato come una delle svalutazioni più ignorate della storia”, ha scritto Sean Darby, responsabile strategist sull’azionario globale di Jefferies.

La svalutazione sarà stata ignorata dagli analisti, ma non da Wall Street, che ha beneficiato, tra le altre cose, proprio del calo del dollaro Usa, e per motivi ovvi: la flessione della valuta ha permesso alle esportazioni di beni americani più conveniente per i buyer esteri, rendendo dunque più competitivi gli Stati Uniti a livello commerciale. Ma un dollaro più debole, considerato lo status di riserva valutaria internazionale, fa da assist anche alla crescita globale, in particolare è un toccasana per i mercati emergenti, che sempre più spesso contraggono debiti in dollari. Ancora, un dollaro debole.
Osservando la dinamica del dollaro da un punto di vista puramente tecnico, si segnala che, la scorsa settimana, lo US Dollar Index ha rotto la linea di supporto vicina a quota 99, la scorsa settimana, il che potrebbe lasciar intendere, stando quanto ha spiegato in una nota Steven Ricchiuto, responsabile economista Usa presso Mizuho Securities, che la prospettiva di una flessione del 10% dai valori massimi è aumentata in modo rilevante, visto che l’indice si sta avvicinando alla linea di supporto modesta di 96 punti.
“Un ribasso del genere del dollaro contribuirà a sostenetre i prezzi energetici e di altre commodies, riducendo il rischio di deflazione per l’economia domestica – ha puntualizzato Ricchiuto. Tutto questo, mentre “i solidi trend macro stanno alimentando il continuo rally nei mercati azionario e del credito”. L’ultima fiammata di Wall Street è arrivata venerdì scorso, grazie al report occupazionale decisamente migliore delle previsioni. Da segnalare che la borsa Usa è capitolata a marzo in corrispondenza dell’inizio della pandemia, che ha costretto le economie tra le più importanti al mondo a varare misure di contenimento – il cosiddetto lockdown – che ha messo in quarantena l’economia di tutto il mondo. Immediato l’effetto sugli indici azionari, che è crollato di quasi -34% fino al 23 marzo, rispetto al precedente valore di chiusura record testato il 19 febbraio, a 3.386,15 punti. Dallo scorso 23 marzo, Wall Street ha rimbalzato, recuperato gran parte di quella flessione, tant’è che ora lo S&P è scambiato a un valore inferiore al suo massimo di appena il 5,5%, mentre il Nasdaq Composite ha superato il suo precedente massimo proprio lo scorso venerdì.
In tutto questo il dollaro è sceso nei confronti di tutte le valute che si riferiscono ai paesi del G-10, a parte sulle valite rifugio come franco svizzero e yen. La moneta è scivolata inoltre di oltre -4% nei confronti del dollaro neozelandese, verso la corona norvegese e il dollaro australiano, come ha fatto notare Kit Juckes, global macro strategist presso Société Générale. Juckes ha fatto notare, anche, che il balzo dell’1,7% del rapporto euro-dollaro della scorsa settimana è stato “impressionante, anche se ha confermato che si è trattato più di una storia sul dollaro che non sull’euro”.





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