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L’autore è un esperto della Fondazione studi dei Consulenti del Lavoro

 

Il Covid detta un nuovo codice disciplinare e di condotta per i lavoratori dipendenti, che devono prestare attenzione alle ricadute di un atteggiamento ‘poco prudente’ rispetto alla pandemia (come un viaggio in un Paese estero che comporta obbligo di quarantena al ritorno). In sostanza, se i loro comportamenti compromettono l’organizzazione aziendale senza alcuna diligenza, il datore ne può tenere conto fino ad arrivare a troncare – a ragione – il rapporto.

Queste le conclusioni della sentenza emessa dal Tribunale di Trento lo scorso 21 gennaio che ha di fatto esaminato una circostanza occorsa a numerosi lavoratori al rientro delle ferie estive.

Nel caso di specie la lavoratrice che aveva ottenuto un periodo di ferie di 15 giorni dal 3.8.2020 al 16.8.2020, aveva ampliato i giorni di assenza assentandosi prima per “Congedo Covid” dal 09.07.2020 al 28.7.2020 e permessi di assistenza dei disabili ai sensi della L. 104/92 nei giorni 29,30 e 31 luglio, con altri 3 giorni di permesso ex L. 104/92 nei giorni 17, 18 e 19 agosto, con ulteriori 5 giorni per malattia bambino nei giorni 20, 21, 24, 25 e 26 agosto e con un ulteriore giorno di malattia il giorno 27 agosto 2020. A quel punto la lavoratrice comunicava all’azienda una assenza per quarantena fino al 09.09.2020 come previsto per i lavoratori provenienti dall’estero.

Tale quarantena, come ricordato da Inps, non può essere oggetto delle tutele dell’art. 26 c. 1 del decreto Cura Italia in quanto tale norma (che equipara la quarantena o permanenza domiciliare fiduciaria alla malattia anche ai fini del trattamento economico, senza incidere sul periodo di comporto) prevede un provvedimento dell’operatore di sanità pubblica, del tutto assente in questo caso in quanto discendente da un provvedimento di natura amministrativa. Il licenziamento per giusta causa che è seguito a questa condotta si radicava nella irrimediabile lesione del vincolo di fiducia fra lavoratrice e azienda, anche tenendo conto che il certificato di malattia giunto il 27 agosto era in realtà pervenuto alla società in un momento in cui la lavoratrice stava rientrando dall’Albania. 

Le contestazioni mosse dall’azienda nel proprio provvedimento di contestazione disciplinare si radicano nella mancanza di diligenza e attenzione alle conseguenze che la scelta di recarsi all’estero date le condizioni sanitarie per la pandemia avrebbero reso rischioso programmare con esattezza il ritorno presso la propria attività lavorativa, con preventivabili periodi di quarantena che, date le mansioni della lavoratrice, erano incompatibili con mansioni a lei affidate non svolgibili attraverso l’istituto del lavoro agile, causando così un disservizio profondo all’intera organizzazione aziendale.

Il Tribunale di Trento ha condiviso tale lettura, stigmatizzando la negligenza della lavoratrice e il mancato coordinamento della fisiologica esigenza di godere delle ferie per il recupero delle energie psicofisiche (costituzionalmente tutelato) con le condizioni di sicurezza sanitaria e di programmazione degli spostamenti conseguenti ai decreti della presidenza del consiglio dei Ministri e delle ordinanze del Ministero della Salute tempo per tempo emanate.

La sentenza ha sottolineato come i sacrifici emergenti dall’ordinamento emergenziale comprimono, in un’ottica di protezione dell’interesse della sanità e dell’ordine pubblico, quelle libertà personali almeno in parte sacrificabili aggiungendo che “che il soddisfacimento delle esigenze di sanità pubblica, sottese alla necessità di contrastare la perdurante situazione di pandemia, ha comportato per ampi strati della popolazione residente in Italia il sacrificio di numerosi diritti della personalità, in particolare di libertà civile, anche tutelati a livello costituzionale”.

Oltretutto, la sequenza di numerose cause, fra loro così eterogenee di assenza (malattia propria, del bambino, congedo per assistenza disabile, ferie e infine anche assenza per quarantena) non può non indebolire il vincolo fiduciario fra azienda e dipendente, lasciandolo esposto alla scomparsa definitiva della fiducia dell’azienda di fronte all’esplicita volontà di ignorare le conseguenze delle proprie scelte nell’identificare una meta di vacanza all’estero rispetto a quanto previsto alle norme vigenti.



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