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A più di 10 anni dalla crisi economica, il mercato del lavoro restituisce un quadro incoraggiante per i giovani italiani di età compresa tra 15-34 anni. Per il quinto anno consecutivo è cresciuto il livello occupazionale che interessa il 58,5% della popolazione. L’Istat riporta un calo del 9,7% dei disoccupati: ad ottobre 2019 il tasso è sceso di 0.2 punti percentuali rispetto al precedente mese. Sceso a 1,1 milione anche il numero degli inattivi che non cercano un lavoro o non risultano disponibili.

Ottimismo cauto

Ad una lettura critica della realtà occupazionale emergono situazioni differenti. L’esercito dei disoccupati italiani si riduce numericamente a seguito di alcune variabili spesso taciute. Occorre anzitutto considerare il calo della popolazione giovanile a fronte di un costante invecchiamento negli ultimi 10 anni. A ciò si aggiunga il progressivo aumento dell’età in cui gli italiani approdano al traguardo del pensionamento. Ne consegue l’accresciuta difficoltà per i giovani di trovare occupazione dopo aver portato a compimento il percorso di studi. La richiesta pressante di specializzazione e master post-laurea procrastina ulteriormente l’inserimento dei giovani in un contesto professionale consono agli titoli di studio conseguiti.

La sorte dei laureati

Prestano il fianco a critiche anche le buone nuove che insisterebbero sul ritorno al livello di occupazione del periodo antecedente alla recessione del 2008. Ad uno sguardo attento si rileva che i dati positivi fotografano una realtà provvisoria: un impiego dipendente a tempo determinato. Una bomba ad orologeria che restituirà il giovane italiano alla scure di occupazioni di ripiego e sottodimensionati rispetto al titolo di studio conseguito.Il Rapporto annuale sul mercato del lavoro redatto nel febbraio 2019 getta un fascio di luce su una dolorosa discrepanza tra titolo di studio e qualifica professionale. Un laureato italiano su tre vanta il possesso di competenze nettamente superiori rispetto al un ruolo professionale affidatogli.

Fra gli occupati è altresì cresciuto il numero di soggetti con regime part-time che rappresentano l’11,9% del totale dei lavoratori. E infine aumentato del 12,3% il tasso di sotto-occupazione, laddove per sotto-occupati si intendono i soggetti costretti a lavorare meno di quanto realmente sarebbe disposti.

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