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MILANO – Bisognerà aspettare il 2025 perché la crisi sanitaria del Covid sia alle spalle, dal punto di vista economico. All’indomani della doccia di pessimismo arrivata dalla Commissione europea, che ha rivisto al ribasso le stime sul Pil 2020 e messo l’Italia in fondo alla graduatoria continentale, anche il rapporto di Prometeia predica la massima cautela sulla ripresa. Il tutto, senza considerare la spada di Damocle di un possibile ritorno della malattia.

“Con una recessione nel secondo trimestre di portata storica (-12,9%), Prometeia stima per l’intero 2020 una caduta del prodotto del 10,1%”. Il deficit/Pil dovrebbe collocarsi a fine anno al 10,1% mentre il debito è visto al 159% della ricchezza nazionale, stima ottimistica se paragonata al 166% indicato dal Fmi.

Il problema è che per far ripartire il motore non basta pigiare forte sull’acceleratore: se i giri sono troppo bassi, le iniezioni di benzina ingolfano il cilindro. La politica fiscale sta facendo la sua parte, con interventi del governo che valgono nell’ordine dei cinque punti percentuali di Pil solo per quest’anno e si pongono in linea con quel che hanno fatto gli altri Paesi. Ma, dicono gli economisti, in una fase di grande incertezza questo intervento choc “non sembra in grado di riavviare in modo deciso la domanda interna, frenata anche dalla forte incertezza che ancora pervade le aspettative degli operatori e dal crollo del commercio internazionale. Tutto ciò si sta traducendo anche in un forte aumento delle disponibilità liquide di famiglie e imprese”. In pratica, anche laddove i soldi a fine mese continuano ad arrivare, si traducono in risparmio che resta sui conti correnti.

Tutti questi elementi fanno propendere gli esperti per la massima cautela nel breve-medio periodo: se ripresa sarà, non sarà abbastanza forte da tornare in fretta ai livelli ante-Covid. “Alla peggiore recessione mai registrata in tempi di pace, seguirà un rimbalzo il prossimo anno, via via che tutte le attività economiche (compreso il turismo e l’intrattenimento) potranno tornare a livelli normali di operatività e, con esse, l’occupazione e il reddito degli operatori più colpiti. Le misure di policy introdotte, certamente tempestive, ampie e innovative, stanno aiutando e aiuteranno a contenere i costi di questa crisi ma, nel caso del nostro paese, già gravato da un elevatissimo debito pubblico, non sembrano sufficienti né a impedire la flessione nel 2020 né a sostenere successivamente un rimbalzo in grado di compensare la recessione”. Prometeia prevede che solo nel 2025 il Pil potrà ritornare ai livelli pre-Covid.

Il quadro che si prospetta è quello di avere in questi anni imprese private e Stato maggiormente indebitati, famiglie con più soldi parcheggiati in banca e meno propense a consumare, meno occupazione e attività economiche ridotte rispetto al recente passato. Con un problema più generale: “Un aumento delle disparità a molti livelli, nella distribuzione funzionale e personale del reddito, tra i generi e le classi di età, tra settori produttivi e territori: a farne le spese in misura maggiore le piccole imprese e i lavoratori autonomi e meno istruiti”.

Tutto è perduto, allora? Ci sono forze in campo che “tifano” per una ripresa. Prometeia ipotizza che l’Italia alla fine farà ricorso al Mes e che i paesi europei si metteranno d’accordo su 650 miliardi di euro complessivi di Recovery fund da mettere a disposizione per sostenere le economie nella fase della ripartenza: 350 miliardi di sovvenzioni a fondo perduto e 300 di prestiti. Non tutte queste risorse si scaricheranno a terra: “Tenendo conto del fatto che alcuni paesi potrebbero non avere convenienza nel ricevere i prestiti per essi disponibili e che nell’utilizzo dei fondi europei sussistono sempre delle difficoltà (che variano tra paesi) nel tradurre le risorse in progetti, quantifichiamo che ex-post lo stimolo complessivo che potrebbe venire da questo programma sia attorno ai 400 miliardi di euro tra il 2021 e il 2024”.

“L’Italia potrebbe risultare il maggior beneficiario di questi fondi”, tirando il 18,8% del totale e quindi oltre 120 miliardi di euro, cui si dovrebbero aggiungere fino a 36 miliardi potenziali per la sanità dal Meccanismo europeo di stabilità. Proprio sul Mes, la società di consulenza e ricerca economica prevede che Italia, Spagna e Portogallo saranno i Paesi ad accedervi e rimarca come la convenienza massima in termini di minor costo del debito (rispetto alle condizioni di mercato) sia proprio per Roma.

Ancora, “gli interventi massicci della Bce sono stati essenziali nella fase acuta della crisi ma non possono risolvere problemi strutturali. In questa direzione un’opportunità da non sprecare arriva dall’inedita possibilità di accedere a fondi pubblici potenzialmente ingenti e a condizioni molto favorevoli. Se indirizzate in modo corretto verso le ben note aree di fragilità della nostra economia (dalla sanità ai servizi per la “silver economy”, dalla scuola alle infrastrutture), queste risorse potrebbero far fare all’Italia quel salto di produttività, e dunque di crescita, che manca da ormai 25 anni”.



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