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Un piano “a lungo termine” per fare uscire Booking.com dalle secche in cui sembra essersi arenata. E’ quanto dovrebbe propore il board aziendale a breve. La regina delle prenotazioni online di alberghi, nata in Olanda, ma dal 2015 di proprietà del gruppo Usa Priceline, è stata colpita, ma non ancora affondata dal Covid-19. Nel primo trimestre dell’anno ha registrato una perdita di quasi 700 milioni di euro: le prenotazioni in tutto il mondo sono precipitate dell’85%. Al quartier generale di Amsterdam (5.500 dipendenti nei Paesi Bassi, 17.500 nel mondo) tira una brutta aria. Per far fronte alla crisi Booking ha chiesto e ottenuto dal governo olandese l’aiuto previsto per pagare gli stipendi. Non l’avesse mai fatto. Sono volate critiche da tutte le parti. Cento intellettuali olandesi hanno scritto una lettera pubblica sostenendo che il governo non dovrebbe aiutare una società che non solo non è più olandese (nel 2015 è passata per 120 milioni di euro agli americani di Priceline, un affare all’epoca), ma che oltretutto paga le tasse all’estero e ha fatto utili e distribuito dividendi fuori dal Paese (l’anno scorso ha realizzato un profitto di 4,9 miliardi di dollari).

Un richiamo che certo suona strano in un Paese dove molte multinazionali hanno parcheggiano la propria sede per ottenere una fiscalità di vantaggio e sfruttare un diritto societario semplificato. Ma tant’è la seconda tranche di sussidi non è partita. La stessa società non l’ha richiesta. E c’è chi malignamente sostiene che così facendo potrà licenziare. Di sicuro se Booking accettasse l’aiuto olandese non potrebbe più pagare profitti agli azionisti, distribuire bonus o riacquistare le proprie azioni. Questa è la regola.
 

Ecco allora che per far fronte alla crisi Booking è ora alla ricerca di “soluzioni a lungo termine”. Il comitato aziendale è in trattative per formularlo. Ci riuscirà? Altre società basate su piattaforme, tra cui Uber e Airbnb, hanno già ridotto la loro forza lavoro fino al 25%. E Priceline ha già licenziato negli Usa 1.200 persone di un’altra società del Gruppo. Una crisi forse inarrestabile per la start up nata nel 1998 dall’intuizione di due studenti e cresciuta a ritmi vertiginosi. Nel 2005 ha fatturato 37 milioni di euro. Nel 2008, 350 milioni. Nel 2011 è passata a 1,4 miliardi. Nel 2014 a 4 miliardi. E così via. Un’altra vittima del crollo del turismo internazionale, che secondo il World Tourism Organization, l’agenzia Onu per il turismo, vedrà un crollo del 70%, mettendo a rischio 110 milioni di lavoratori a livello mondiale.   





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