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Ora il quadro è completo: anche Brescia e Lecce, ha accertato l’autorità Antitrust, hanno imposto ai loro tifosi delle clausole ingiuste. Clausole che hanno reso impossibile, almeno finora, ogni tentativo di riavere il denaro speso per guardare dal vivo tutte quelle partite che, da marzo a oggi, sono state giocate invece a porte chiuse a causa della pandemia di Coronavirus.

L’esito dell’istruttoria era prevedibile perché già a novembre l’Autorità garante per la concorrenza e il mercato aveva definito “vessatorie” clausole molto simili – quando non identiche – nei contratti di abbonamento e in quelli relativi ai tagliandi delle singole partite di Juventus, Inter, Milan, Roma, Cagliari, Udinese, Genoa, Lazio e Atalanta.

Brescia e Lecce, così come gli altri nove club in precedenza, avevano previsto che i tifosi, nel caso in cui le partite non si fossero potute giocare allo stadio per cause non riconducibili al club, non avrebbero potuto chiedere il rimborso del biglietto o di quota parte dell’abbonamento non goduto. In pratica i tifosi, firmando il contratto, accettavano il rischio che lo stadio fosse squalificato o interdetto e che le partite potessero essere rinviate o annullate.

I contratti relativi alla stagione 2019-2020 erano stati scritti in tempi non sospetti, cioè mesi prima dello scoppio della pandemia, ma dopo il divieto di entrare allo stadio hanno assunto una valenza ancora maggiore, con decine di migliaia di tifosi costretti a guardare le partite in tv nonostante avessero pagato un abbonamento stagionale. Nel caso di Brescia e Lecce, che nel frattempo sono retrocesse in Serie B, i due club si auto-attribuivano anche la possibilità di modificare in modo unilaterale le condizioni contrattuali. Durante i mesi di istruttoria il Brescia ha accettato di modificare le clausole contestate per la stagione in corso 2020-2021, ora non più vessatorie, mentre il Lecce continua a non consentire il rimborso per le gare a porte chiuse; ha risolto solo il problema delle modifiche unilaterali al contratto.

Nessuno dei due provvedimenti di Antitrust, né quello di adesso né quello di settembre, prevede sanzioni per le società. Il motivo lo spiega Massimiliano Dona, presidente dell’Unione nazionale consumatori: “Queste procedure avevano l’obiettivo di accertare la vessatorietà di quelle clausole. Perché i club vengano sanzionati, bisogna accertare la pratica commerciale scorretta. Ma perché questo avvenga, servono dei casi concreti che intendiamo raccogliere e proporre ad Antitrust”. Per “casi concreti” si intendono tutti quei tifosi che hanno rinunciato al rimborso pur avendone diritto o che l’avevano chiesto sentendosi rispondere di no. Questi casi per ora sembrano pochi, ma secondo Dona è solo questione di tempo: “In questo momento gli stadi sono vuoti, nessun club ha fatto campagna abbonamenti. Nel momento in cui si riapriranno gli stadi, è probabile che il caso esploderà, soprattutto se il club dovesse proporre sconti o agevolazioni solo in caso di rinnovo dell’abbonamento”.

In effetti la strada sembra proprio quella. Come era già emerso nel settembre 2020 la stragrande maggioranza dei club di serie A, anziché rimborsare i tifosi ha fornito loro un voucher da sfruttare per il prossimo abbonamento o le prossime singole partite allo stadio. E i termini per chiedere il voucher sono scaduti.



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