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Le nuove restrizioni hanno risparmiato la scuola. Almeno per ora. L’ipotesi delle Regioni di tornare alla didattica a distanza solo per le superiori è stata bocciata e anche i bambini di nidi, scuole dell’infanzia e primarie continuano l’attività, pur con tutte le precauzioni. Ma in questo inizio di autunno pieno di incognite, chi può garantire che i bambini continueranno ad andare a scuola per tutto l’anno scolastico?
Ecco perché molti nidi privati, già messi in ginocchio dal lockdown della scorsa primavera si sono messi al sicuro facendo firmare ai genitori alcune clausole. Tra queste, la più comune è quella che prevede il pagamento della retta anche in caso di chiusura. Ne abbiamo già parlato alcune settimane fa, quando un esperto giurista spiegò che si tratta di clausole “vessatorie”. Basta impugnarle e, se il giudice dà ragione al consumatore, quelle clausole – anche se firmate – si annullano mentre il resto del contratto rimane valido.

GENITORI O LAVORATORI DELLA SCUOLA PRIVATA? SCRIVETECI LA VOSTRA ESPERIENZA

La mensa fantasma. Rimane il fatto che molte famiglie si sono trovate davanti a un bivio. Iscrivere il figlio e firmare oppure cercarsi un’altra scuola? Sono diversi i lettori che ci hanno scritto per segnalarci la loro situazione. Una mamma solleva il caso di una elementare paritaria di Modena che in caso di lockdown non solo impone il pagamento della quota, ma persino della mensa, invitando i genitori ad attivare il Rid. Così, mentre pranzo e cena vengono preparati da mamme e papà a casa, dal conto corrente uscirebbe anche una “tassa” mensile per un servizio inesistente. La stessa scuola, specifica la lettrice, aveva già preteso la retta da marzo a giugno scorsi “solo con una piccola percentuale di sconto”.

Con le buone o con le cattive. L’obiettivo di molti istituti è lo stesso: garantirsi un’entrata anche se la pandemia dovesse obbligare il governo a chiuderli. I metodi utilizzati invece sono svariati. C’è chi ha inviato lettere concilianti, cercando di convincere i genitori parlando di “solidarietà” e “collaborazione” e c’è chi usa modi più spicci. “Ho iscritto mia figlia a un nido privato a partire da settembre – ci scrive un’altra lettrice – e qualche giorno prima della partenza mi ha chiamato la responsabile amministrativa che mi ha obbligato a scrivere una Pec dove dichiaravo che accettavo l’aumento della retta di 50€ e che in caso cessata erogazione del servizio mi sarei impegnata a versare una quota ridotta per altri due mesi”. A questa richiesta segue la minaccia: “Altrimenti avrebbero annullato il contratto e non avrei ottenuto il posto per mia figlia”.

Si torna in Emilia dove Giulia, madre di due bambini, ha dovuto iscrivere la più piccola a un nido privato perché non ha trovato posto al comunale. E per farlo ha dovuto firmare un contratto in cui “in caso di chiusura forzata e straordinaria indipendenti dalla volontà del gestore” si impegna a pagare un “contributo” per coprire i costi fissi della struttura. Vale a dire il 30% della retta mensile in caso di chiusura per l’intero mese e, in caso di chiusura (o quarantena dell’intera sezione) a mese avviato, la quota intera per i giorni d’apertura e il 30% per quelli rimanenti. Tutto questo la scuola dell’infanzia comunale, che frequenta il figlio maggiore, ha garantito che nulla sarà dovuto se la struttura dovesse chiudere per motivi sanitari.

Collaboratori scolastici e garanzie. C’è poi la questione di chi lavora in questi istituti: educatrici, educatori e collaboratori scolastici. Un lettore, che lavora in provincia di Verona, ci ha inviato la clausola del contratto di lavoro che ha firmato: è scritto che “in caso di sospensione dell’attività in presenza, il presente contratto di lavoro si intende risolto per giusta causa, senza diritto ad alcun indennizzo”.

“Qui bisogna capire se il lavoratore è del settore privato o di una scuola statale” spiega Alessandro Rapezzi, segretario nazionale del sindacato Flc Cgil. “La clausola che ha citato il lettore è prevista, per legge, dalle scuole statali”. Dunque in quel caso, nulla da eccepire. Ma se fosse una scuola privata? “Sarebbe una libera interpretazione delle norme assolutamente infondata” spiega Rapezzi. “Le scuole private sono regolate in modo diverso, chi assume lo fa in base alle norme sui contratti a tempo determinato, non ci si può avvalere del cosiddetto ‘organico Covid’, che è previsto solo per il pubblico. Se il lettore lavora per il privato, quindi, potrebbe impugnare quella clausola”.



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