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Nel ricordare l’autorevole lavoro, la passione, la testimonianza ed il concetto di crisi internazionale elaborato ed ereditato dall’indescrivibile esperienza del giornalista fiorentino Tiziano Terzani, che sottolinea nei sui scritti come le atrocità dei conflitti non portano a nulla e che per cambiare il mondo bisognerebbe prima di tutto fare una rivoluzione dentro noi stessi, a mio avviso, le avvisaglie di una nuova guerra tra USA ed Iran destano certamente preoccupazione ma, allo stesso tempo, bisogna avere la consapevolezza e la lucidità nell’affermare che in fondo è una guerra che non coviene a nessuno. Altro che nuovo Vietnam così bruscamente annunciato da alcuni ed ipotizzato da altri.

Il Medio Oriente, ed in particolare il tratto di mare tra il Golfo Persico e quello dell’Oman, rappresenta da decenni una delle micce più incandescenti che puntualmete riaccendono costantemente le crisi internazionali.

La potenza strategica dello Stretto di Hormuz parte da molto lontano, basti pensare che prima della scoperta degli enormi giacimenti petroliferi nei territori circostanti, proprio quei 150 chilometri di mare erano attraversati dalle navi che trasportavano i beni scambiati tra le civiltà arabe ed il resto del mondo.

Dalla guerra dello Yom Kippur, scoppiata nel 1973 a seguito di un attacco di Siria ed Egitto nei confronti di Israele, iniziano i primi seri movimenti del petrolio. Prima di tale accadimento e dell’embargo, il prezzo dell’oro nero passa dai 3 ai 12 dollari al barile. Sostanzialmente si quadruplica.

Tutti i forti rialzi dei prezzi, conseguenza degli shock petroliferi, hanno da sempre minacciato gli equilibri mondiali, inasprendo gli stessi costi per l’apporvigionamento energetico che hanno toccato addirittura il massimo storico nel luglio del 2008 portando il petrolio a 147 dollari al barile.

Secondo alcuni accreditati e rispettabilissimi osservatori, poichè conoscono storia, territorio e contesto sociale della zona medio orientale, l’uccisione del generale iraniano Soleimani rappresenta uno degli atti più ostili degli ultimi quaranta anni da parte degli Stati Uniti contro l’Iran.

L’obiettivo del Pentagono potrebbe essere quello di mantenere le tensioni fra i vari territori bagnati dallo Stretto di Hormuz e soprattutto per contenere l’influenza dell’Iran sulla zona. Le reazioni potrebbero esserci ma senza infingimenti è condivisibile l’ipotesi di non alzare troppo il tiro perchè la potenza militare statunitense è nettamente superiore. E questo anche in Medio Oriente lo sanno benissimo.

Trump continua ad esternare una grande sicurezza. In fondo è riuscito paradossalmente ad innescare una sorta di avvicinamento tra Iraq ed Iran, cosa indicibile ed impensabile fino a qualche tempo fa. Paesi in perenne lotta tra loro uniti contro la politica a stelle e strisce.

La tensione resta altissima. L’agenzia Moody’s proietta un clima molto pessimistico, evidenziando le conseguenze economiche e finanziarie in caso di conflitto duraturo.

I mercati dopo aver reagito negativamente, dando vita ad uno storno, continuano a fornire segnali di forza e solidità, basti osservare l’indice S&P500 che nonostante l’Engulfing Bearish formatasi nelle sedute precedenti sul daily, si mantiene tra il supporto a 3.206,68 e la prima resistenza a 3.262,14 punti.

Tuttavia è il petrolio che resta il protagonista da monitorare. E pensare che dal 1953 fino alla svolta khomeinista l’Iran rappresentava per la politica internazionale americana un punto di riferimento in quel territorio. A partire dalla rivoluzione del 1979 i rapporti si deteriorano drasticamente. L’Ayatollah Ruhollah Khomeini, oltre a trasformare il Paese in una Repubblica Islamica, cambia repentinamente le relazioni con gli USA, modificando radicalmente le alleanze internazionali.

Sul piatto dello scenario geopolitico possiamo constatare che la questione energetica continua a caratterizzare il leit motiv delle numerose news macroeconomiche. Già a partire dall’attacco che ha colpito gli impianti di Saudi Aramco, l’attenzione si è riaccesa fortemente sul territorio medio orientale, facendo balzare in poco tempo ed in maniera abbastanza violenta il prezzo del petrolio. Non accadeva dal 1988 che la quotazione del greggio incrementasse del 20% in un batter d’occhio. Ciò che ha colpito, anche in quell’avvenimento, è stata la reazione degli Stati Uniti che ha messo nuovamente in evidenza la sua forza. Difatti, la preoccupazione legata ad un possibile shock petrolifero è stata subito attenuate da Washington che ha più volte affermato di essere pronta ad utilizzare le proprie riserve strategiche.

A mio avviso, il conflitto, un vero e proprio conflitto, dificilmente prenderà forma. Gli stessi iraniani in fondo sperano che non si inaspriscano le tensioni.

Risulta tecnicamente normale il movimento del petrolio che continua a seguire un rialzo già in atto da settimane.

La candela di inversione rialzista sul grafico daily formatasi ad inizio anno, seguita naturalmente dalla situazione in Iran, ha fatto rompere le resitenze, portando il prezzo del petrolio da 62 a 64,70 dollari al barile. Se dovessero attenuarsi le tensioni nel nord del Golfo Persico si innescherebbe, cosa in realtà in corso dopo le utlime tre candele ribassiste a quattro ore, una tendenza short che si potrebbe fermare sul supporto a 60,63 dollari.

Se l’Iran dovesse interrompere i flussi di petrolio nello Stretto di Hormuz la resistenza formatasi a 64,70 si romperebbe con possibili ulteriori allungamenti fino a 70 dollari, dando seguito alla formazione della Homing Pigeon, caratterizzata dalla serie di candele formatesi e ben visibili sul grafico giornaliero.





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