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Le aspettative di un percorso di stabilizzazione e democrazia, a seguito della caduta di Muammar Gheddafi, sono decisamente state contrastate già a partire dal 2011, anno in cui inizia l’aspro conflitto tra le varie milizie e gruppi che storicamente caratterizzato la comunità del popolo libico.

Territorio strategico, soprattutto per la nostra Penisola, che in epoca contemporanea, durante il quarto governo Giolitti, sbarca nelle città di Tripoli e Tobruk, intraprendendo una guerra che in realtà fu un pessimo affare, provocando dei contraccolpi per lo stesso govero, agli inizi del ‘900.

Passando ai giorni nostri, le vicissitudini e le tensioni continuano a rendere instabile l’area, provocando conseguenze non solo per quel che concerne l’equilibrio internazionale e la partita a scacchi che le varie potenze sul campo stanno ma allo stesso tempo il focus è concentrato naturalmente sul petrolio.

Tutti d’accordo a Berlino, la cautela però è dobbligo. La stessa Angela Merkel ha affermato che non si sono risolti in maniera definitiva tutti i problemi, così come il Ministro russo Sergej Lavrov ha esternato la difficoltà nell’organizzare un dialogo tra le parti in conflitto. Si è stabilita una tregua ma sia Serraj che Haftar, presenti alla conferenza della capitale tedesca, non si sono incontrati e non hanno siglato nemmeno la bozza dell’accordo, accettando la possibilità della formazione di un comitato utile a monitorare il cessate il fuoco.

Intanto il generale Haftar ha imposto il blocco della produzione e delle esportazioni per quei pozzi controllati dalle sue forze fedeli, provocando una reazione della National Oil Corporation, compagnia petrolifera libica, che ha condannato il gesto e comunicando la drastica riduzione della produzione giornaliera da 1,3 milioni a 500 mila barili al giorno. La situazione risulta decisamente non molto rassicurante.

L’Europa sulla situazione libica giunge in forte ritardo. E’ apparsa, per certi aspetti ed in alcuni momenti, fortemente disgiunta, con Russia e Turchia hanno guidato le sfere di influenza sulla Libia.

Una stabilità difficile da raggiungere senza l’idea netta di una visione comune. Una Europa che ha offerto nel tempo segnali di debolezza, lontana dal pensiero di Winston Churcill quando nel suo discorso all’Università di Zurigo invita tutti a pensare di costruire gli Stati Uniti d’Europa, al fine di dare una nuova rotta alla disgregazione subita dalla guerra, fino ad arrivare allo stesso Bettino Craxi che sin da subito individuò la debolezza del Vecchio Continente, in relazione ai parametri dettati a Maastricht, affermando che “nella migliore delle ipotesi l’Europa sarà un limbo.”

L’obiettivo dell’accorda stipulato a Berlino, costituito da sette punti e cinquantacinque articoli, distribuiti in sei pagine, è quello di giungere a nuove elezioni, al fine di garantire pace e stabilità, duratura e solida. Per adesso regna una latente incertezza.

Da monitorare il prezzo del petrolio che, nonostante le turbolenze, continua all’interno del suo fair value con la possibilità di seguire una correzione fino ai 55 dollari al barile, se la stessa ipotizzata dovesse superare i 57,50 dollari.

Al contrario, potrebbe recuperare alcune posizioni, fino a ritoccare quota 60 dollari. Dall’inizio di ottobre dello scorso anno, come possiamo osservare nel grafico che ho allegato, la trendiline dinamica, caratterizzata da minimi e massimi crescenti, fa percepire un trading range ben delimitato.

Importante considerare e da non sottovalutare i desiderata di Trump nel mantenere i prezzi dell’oro nero non elevati, soprattutto nel tempo di campagna elettorale alle porte per l’avvicinarsi delle elezioni. Oltretutto, il popolo americano gode ormai della consapevolezza di non essere più un Paese che deve per forza importare petrolio. Dal mese di settembre, notizia certificata dall’Energy Information Administration, gli Stati Uniti sono diventati esportatori netti di questa strategica materia prima.

Difficile ipotizzare, almeno al momento, un forte rialzo, al netto di notizie inattese o inasprimenti di carattere geopolitico.





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