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I principali indici USA sono crollati di più del 3% a New York, perché le apprensioni che il coronavirus possa diventare una pandemia globale hanno pesato sui mercati mondiali. I titoli tecnologici hanno registrato le perdite più consistenti a New York; Apple (NASDAQ:) (-4,75%), Microsoft (NASDAQ:) (-4,31%) e Intel (-4,01%) hanno subito forti perdite perché si teme che l’incepparsi delle catene di fornitura dovuto alla scarsa attività cinese possa infliggere un duro colpo agli utili societari nel primo trimestre e oltre, come aveva avvertito Apple la scorsa settimana. Il paniere dei titoli preferiti dagli investitori retail di Goldman Sachs ha registrato le perdite maggiori da nove mesi.

Il rendimento dei decennali USA è crollato sotto l’1,40%, livello minimo dalla flessione del 2016. La probabilità di un taglio dei tassi dalla Federal Reserve alla riunione del 18 marzo è salita leggermente, al 14,4% dall’11,1% della settimana scorsa, come mostra l’attività sui mercati dei titoli del Tesoro USA.

L’intensa ondata di vendite è proseguita per il secondo giorno consecutivo in Asia. e hanno ceduto più del 3% al rientro dalla chiusura per festività in Giappone. A Sydney i titoli hanno perso l’1,60% e il Composite di Shanghai ha ceduto fino al 2%. In Corea, dove c’è stato un recente aumento dei casi di coronavirus, l’indice sulla fiducia ha registrato le perdite maggiori da cinque anni, alimentando attese che la Banca di Corea (BoK) tagli i tassi d’interesse alla riunione di politica monetaria che si terrà la prossima settimana. A Seoul (+1,14%) i titoli azionari hanno trovato richieste migliori sulle attese di una BoK colomba. Intano a Hong Kong, dove l’economia ha registrato il primo deficit da 15 anni, il governo intende ricorrere a misure di stimolo fiscale aggiuntive per far fronte agli impatti negativi delle proteste contro la Cina in corso da mesi e ora anche al coronavirus. L’ (-0,08%) ha registrato un calo marginale.

Malgrado il disastro di ieri sul mercato, il WTI è riuscito a mantenere il supporto vicino a $50,50 al barile, gli investitori hanno infatti ritenuto che un calo del 4% nel petrolio per ora fosse sufficiente. Gli ultimi dati della CFTC mostrano che le posizioni nette speculative nel greggio sono aumentate nella settimana conclusasi il 21 febbraio; ciò significa che gli investitori sperano ancora che lo shock da coronavirus possa avere un impatto meno grave di quanto temuto sulla domanda di petrolio. Molte banche, però, fra cui Goldman Sachs, hanno modificato la loro valutazione sullo shock da coronavirus, notando che in Cina l’attività è ripresa a un ritmo più lento di quanto previsto. Inoltre, nonostante il rallentamento dei nuovi casi di contagio in Cina – che potrebbe essere dovuto a un’altra modifica nel metodo di diagnosi dopo che quello precedente aveva indicato una diffusione più rapida e che sicuramente è costato il lavoro a certi ufficiali di alto rango del Partito Comunista – la crescita più rapida dei casi al di fuori della Cina ha provocato il panico, al punto che Italia e Corea hanno imposto la quarantena in alcune città. Manteniamo il nostro giudizio ribassista sui prezzi del petrolio e crediamo che i trader dovrebbero continuare a cercare le migliori opportunità di vendere sotto la resistenza a $55, mirando a un ritracciamento sotto il livello a $50, perché si prevede un possibile ampliamento della divergenza fra domanda e offerta, e anche ulteriori tagli della produzione dall’OPEC potrebbero non assorbire la sovreccedenza.

L’oro ha stornato parte dei guadagni di lunedì, ritracciando a $1652 all’oncia. Gli ultimi dati della CFTC mostrano un massimo record dei netti lunghi speculativi nell’oro. È difficile dire se e in che misura l’attuale ondata di vendite sull’azionario s’intensificherà, ma i future sugli indici azionari USA ed europei sono saliti marginalmente in Asia, per cui alla svalutazione di lunedì potrebbe seguire una timida ripresa. Non appena gli investitori vedranno la luce alla fine del tunnel, potrebbero esserci vendite brusche fino al livello a $1600 e ancora più giù, considerando il massimo storico delle posizioni speculative che potrebbero essere liquidate, e che imprimerebbero nei prezzi un ulteriore momentum ribassista.

L’euro si è ripreso superando quota 1,0860 contro il dollaro USA, perché il PIL tedesco dovrebbe confermare una crescita dello 0,2% nel quarto trimestre, a fronte dello 0,0% atteso dagli analisti. Dati incoraggianti potrebbero alimentare ulteriormente il recupero della moneta unica a fronte di un indebolimento del dollaro USA. Invece un’eventuale delusione dovrebbe arginare il potenziale al rialzo.

Il cable continua a essere venduto vicino a 1,2940. Martedì, la ripresa dei prezzi di petrolio e materie prime e il calo della sterlina potrebbero aiutare il a guadagnare un po’ di terreno sopra il livello a 7200, dopo il calo del 3,34% dell’indice ad alto tasso di titoli energetici nella seduta di lunedì.

Negli USA, l’indice manifatturiero della Fed di Richmond potrebbe suggerire un rallentamento dell’attività a febbraio. Un’eventuale sorpresa positiva, come avvenuto per altri stati il mese scorso, potrebbe mettere un freno alla correzione ribassista del dollaro USA e dare una spinta positiva al biglietto verde, mentre un dato debole dovrebbe spedire l’indice del dollaro USA sotto il livello a 99 e incoraggiare un’ulteriore ripresa dell’euro e della sterlina.





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